domenica 19 maggio 2013

La vita secondo Jane Austen





Il nostro club  - Il club di Jane Austen - si è riunito a distanza di parecchi mesi dall’ultimo incontro; da quando è stato fondato non c’era mai stata una pausa così lunga tra una riunione e l’altra. Siamo un gruppo di donne parecchio indaffarate e stavolta abbiamo rischiato che i continui rinvii ci facessero demordere dall’impegno preso ormai un paio d’anni fa, quello di trovarsi assieme nel nome di Jane Austen per discutere dei libri dell’autrice inglese e non solo.  Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, e pur a ranghi ridotti  - oltre alla sottoscritta erano presenti Alessia, Giovanna, Silvia B e Silvia D - ci siamo incontrate un venerdì sera d’inizio maggio, a casa di Alessia, per discutere del libro “La vita secondo Jane Austen”, scritto da William Deresiewicz, professore associato di inglese all’Università di Yale  e autore di numerosi articoli e saggi. Il sottotitolo di questo libro, “Cosa ho imparato dai suoi romanzi sull’amore, l’amicizia e le cose davvero importanti”, sembra fatto apposta per le nostre riunioni, che sono sempre state occasione, oltre che di discussioni più o meno serie sui romanzi della Austen e su altri libri, di innumerevoli divagazioni su un nucleo centrale di questioni, le eterne tematiche dell’amore, dell’amicizia e dei sentimenti. Li abbiamo sempre affrontati con un piglio ironico e un po’ dissacrante, che spesso ci ha fatto fare delle solenni risate; ma quest’ultima serata è stata, come dire, particolarmente intensa dal punto di vista della elucubrazione intellettuale, e pur avendo chiacchierato, sghignazzato, riso, fatto fuori una notevole quantità di dolcetti e salatini accompagnati da litri di tisane, devo dire che, probabilmente, il livello di discussione è stato più alto di qualsiasi altra volta. Forse perché avevamo a che fare con un saggio… e forse perché ormai, avendo letto, discusso e sviscerato tutti i romanzi della Austen, potremmo fare da assistenti a Deresiewicz durante le sue lezioni a Yale…  
Dunque, il libro; è diviso in sei capitoli, ognuno dei quali affronta un romanzo della nostra Autrice raccontandoci in quali circostanze Deresiewicz lo ha letto e, appunto, quali insegnamenti ne ha tratto. Si parte con Emma; che è universalmente noto come il romanzo della Austen preferito da Alessia, che per questo personaggio, e il suo “snobismo”,  ha una assoluta predilezione. Concordiamo sul fatto che la Austen, descrivendo i minimi accadimenti delle aristocratiche case di campagna inglese, ci insegna quanto sia importante la quotidianità, di quanto nella vita contino le azioni minime e ordinarie, dello spazio che occupano nelle nostre giornate e, pertanto, del valore che hanno. Godersi anche i gesti apparentemente ordinari, questo è uno dei principali insegnamenti che possiamo trarre dalle storie di Jane Austen. Nei romanzi si tende a narrare di grandi accadimenti o di fatti importanti, notevoli, che scardinano la quotidianità, mentre la Austen agisce al contrario, trasformando in romanzo la vita ordinaria di tutti i giorni.
Tutte concordi sul fatto che Orgoglio e pregiudizio dimostri, come dice l’autore, che per la Austen crescere significa sbagliare. E’ quando si dubita di essere nel giusto che si matura… anche se talvolta può non essere facile ammettere i propri errori di valutazione. Ci lanciamo in una lunga disamina sull’importanza del dubbio, su quanto conti sapersi mettere in discussione. C’è chi, fra noi, lo fa con facilità, chi non lo fa affatto, chi  ammette di esprimere con una certa frequenza giudizi anche recisi che poi però è costretta a rivedere, anche se non ha mai ammesso in pubblico di avere sbagliato!
Northanger Abbey a me non è piaciuto moltissimo, mentre le altre socie del club lo hanno tutte apprezzato, chi più, chi meno. Deresiewicz approfitta della tematica – una ragazzina parecchio ingenua e un po’ ignorantella, Catherine, che viene in qualche modo educata e corretta da Henry, che poi se la sposerà – per una lunga dissertazione sull’importanza del rapporto tra insegnante e allievo, tra educatore e discepolo. Noi del club inseriamo il discorso nell’ambito dei rapporti sentimentali: come ci poniamo nei confronti dell’altro, abbiamo la presunzione di insegnargli qualcosa o vogliamo soltanto, e in modo disinteressato, che l’altro dia il meglio di sé? La questione è dibattutissima e il discorso prende mille ramificazioni, ma tutte concordiamo alla fine sul fatto che si può cercare di insegnare qualcosa all’altro, a patto di rispettarlo profondamente e di non avere la presunzione di cambiarlo. 
E Mansfield Park cosa ci insegna? Tra le mille considerazioni che facciamo -  l’importanza di essere se stessi, di mantenersi coerenti con la nostra natura a dispetto dell’ambiente che ci troviamo a frequentare, di non lasciarsi abbacinare da promesse non si sa se fondate o meno -  una sottile differenza enucleata da Alessia ci da modo di riflettere a lungo, ed è la differenza tra amore e amare… amore è un sentimento, ma amare implica un’azione e quindi uno sforzo… per questo l’amore a prima vista è, per Jane Austen, una contraddizione in termini. Amare implica un lavoro lungo e impegnativo che può essere, talvolta, anche piuttosto faticoso.
Persuasione è il romanzo della Austen che a me personalmente è piaciuto di
più, ma anche le altre socie concordano nell’apprezzamento; l’autrice lo scrisse che era, probabilmente, già malata, il tono è assorto, malinconico, autunnale; proietta un’atmosfera densa di nostalgia e rimpianto introvabile nei lavori precedenti. Sono pagine dense di solitudine e sconfitta. In questo romanzo ci sono situazioni di assoluta modernità, per esempio viene descritta l’amicizia tra uomini e donne – su un rapporto di parità - e l’idea del gruppo di amici che finisce per rappresentare una sorta di famiglia, la famiglia che ci scegliamo piuttosto che quella che ci ritroviamo assegnata per sorte.
La discussione su Ragione e sentimento si focalizza sulla differenza tra “vero amore” e “grande amore”. L’ amore è sempre vero, piccolo o grande che sia: quante volte ci guardiamo alle spalle e ci chiediamo come è stato possibile aver amato così tanto una persona, ed esserne state tanto convinte, quando adesso, a distanza di tempo, ci rendiamo conto che quella storia, con l’amore, aveva poco o nulla a che vedere?   L’amore è sempre vero perché risponde alle tue esigenze del momento.
Quanto al grande amore, è tutt’altra storia…intanto, non è detto che lo si trovi; ma come riconoscerlo? Jane Austen ci dà degli indizi proprio in questo romanzo forse più che in altri. Il grande amore è quello per cui vale la pena attraversare la distanza che ci divide dall’altro; è l’amore che non colma nessuna lacuna, non riempie niente, eppure ti fa trovare una motivazione per andargli incontro, anche se è faticoso.
Chiudiamo la serata chiedendoci come mai gli uomini non leggono Jane Austen; anche Deresiewicz, “costretto” ad avvicinarsi alla Austen nel corso dei suoi studi universitari sulla letteratura inglese,  ammette di essere stato molto riottoso all’idea di doversi mettere a leggere i suoi romanzi, salvo, poi, diventarne un ammiratore, tanto da scriverci questo appassionato saggio. Concordiamo che è una questione di sensibilità; agli uomini, in genere, certi argomenti non interessano. E poi, chissà, forse pensano che venga intaccata la loro virilità, dato che “i sentimenti indeboliscono”.
Comunque, non sanno quello che si perdono!
La riunione del club si scioglie a notte fonda, con le ciance che proseguono fin sulle scale… nella miglior tradizione dei nostri incontri, non smetteremmo mai di chiacchierare! L’appuntamento è – genericamente – prima dell’estate, con la lettura del libro Morte a Pemberley di P.D. James., sequel di Orgoglio e pregiudizio.
Non vedo l’ora!

martedì 30 aprile 2013

I parassiti



La mia migliore amica Simonetta nutre un’autentica passione per Daphne Du Maurier, scrittrice inglese nota soprattutto per il romanzo “Rebecca la prima moglie” e per il racconto “Gli uccelli”, da cui Hitchcock trasse memorabili film. Tanti anni fa, alla vigilia di un mio viaggio in Cornovaglia, Simonetta mi prestò il romanzo “La casa sull’estuario”, che appunto in Cornovaglia fu scritto ed è ambientato. Il caso volle che mi trovassi ad alloggiare per qualche notte proprio nella casa di Fowey che aveva ospitato la Du Maurier durante la stesura di quel romanzo; questa circostanza mi sembrò piuttosto inquietante. A distanza di tanti anni, di quella casa ricordo soltanto il bagno, di dimensioni assolutamente insolite; una stanza enorme e luminosa, dal pavimento giallo chiaro,  in cui la parete occupata dai sanitari era fronteggiata da un vezzoso salottino con poltroncine e tavolinetto di bambù. 
Per il mio ultimo compleanno Simonetta mi ha regalato “I parassiti”, scritto dalla Du Maurier  nel 1949. Il volume ha stazionato per diversi mesi sul mio comodino  prima che mi decidessi a leggerlo, forse scoraggiata dalla mole; 345 pagine non sono uno scherzo. Una volta iniziato, però, l’ho terminato in fretta. Volendo riassumere in estrema sintesi e con formule di rito il perché questo romanzo mi è piaciuto, potrei dire che la scrittura è scorrevole, la trama è avvincente e i personaggi sono ben tratteggiati. Si sente che l’autrice descrive un mondo che conosce bene, quello del teatro; la Du Maurier proveniva da una famiglia di impresari teatrali e attori, ed è appunto tra camerini, palchi e platee che crescono i tre fratelli Delaney, Maria, Niall e Celia, “variamente” figli di Mamma e Papà Delaney, l’una famosissima danzatrice, l’altro famosissimo cantante. “Variamente”, poiché ciascuno di loro è frutto di una diversa combinazione relazionale. Maria è la figlia che Papà ha avuto da una giovane attrice viennese, Niall è il figlio che Mamma ha avuto da un pianista francese. Celia è la figlia che Papà e Mamma hanno avuto insieme. I tre crescono nell’Europa tra le due guerre mondiali, sballottati tra una tournée e l’altra dei famosi genitori, e sono pestiferi, solidali e insopportabili. Maria e Niall mettono a frutto il talento che hanno ereditato, e diventano lei una famosa attrice, lui un famoso compositore di canzonette; Celia, schiacciata dal senso del dovere, per quanto dotatissima disegnatrice, preferisce dedicare la sua vita all’accudimento di Papà, rimasto precocemente solo a seguito della tragica morte di Mamma. Maria sposa Charles Wyndham, giovane rampollo della nobiltà campagnola inglese, e lo sposa non tanto per amore, ma perché affascinata dalla possibilità di recitare la parte dell’onorevole signora Wyndham. 
Ed è Charles, molti anni dopo, a rivolgersi ai tre fratelli chiamandoli “parassiti”; i tre sono ormai adulti, anche Papà è morto, e tutti i fine settimana si ritrovano nella casa di campagna di Maria, continuando ad alimentare il loro sodalizio fraterno e ambiguo. Ecco le accuse di Charles: “Siete due volte, tre volte parassiti; primo, perché avete sempre approfittato fin dall’infanzia di quel pizzico di talento che avete avuto la fortuna di ereditare dai vostri fantastici antenati; secondo, perché nessuno di voi ha mai lavorato in modo semplice e onesto in tutta la sua vita, ma vi siete limitati a ingrassare a spese del popolo bue che vi consente di campare; terzo, perché siete l’uno il parassita dell’altro, e vivete in un mondo di fantasia che vi siete creati e che non ha alcun rapporto con la realtà, né in cielo né in terra.” Interessante esemplificazione del modo sprezzante con cui certa ottusa borghesia considera il mestiere e la vita dell’artista.
Charles vede i tre fratelli dall’esterno, ma la narrazione è in genere  condotta dal loro punto di vista e non presenta quindi i tratti dell’oggettività che ci permetterebbe di capire fino in fondo quanto questi personaggi siano negativi, quanto i loro comportamenti siano sinceri o dettati da intenzioni particolari. Difficile, alla fine, giudicarli, difficile capire se ci piacciono o no, se li capiamo o no. Niall e Maria sono, forse, amanti. Di sicuro sono legatissimi tra loro, chiusi in una diade strettissima e impenetrabile, in cui a tratti soltanto Celia sembra in grado di avere accesso. 
Al di là della trama e della riuscita generale del romanzo, mi piace soffermarmi su un capitolo che ho trovato davvero esilarante e che non mi sarei aspettata da una scrittrice come la Du Maurier; un punto del romanzo in cui la narrazione è francamente leggerissima e divertita, ironica e bozzettistica.
I Delaney si recano in visita ai Wyndham, nella loro tenuta di Coldhammer, poco dopo il matrimonio di Charles e Maria.
Oltre a Papà, Niall e Celia fa parte del gruppo di ospiti anche Freada, una eccentrica francese con cui Niall ha una relazione per quanto la donna sia di molti anni più anziana di lui, tanto da poter essere scambiata per sua madre. 
Il viaggio nasce subito sotto una cattiva stella: Papà prepara un bagaglio eccessivo, portando addirittura una valigia piena di medicinali, un bastone di malacca, una camicia hawaiana, sandali intrecciati, un volume di opere di Shakespeare e una edizione integrale del Decameron, e rilasciando una memorabile dichiarazione: “Quando faccio le valigie le faccio per l’eternità.”
Freada, al contrario, porta troppo poco. “I suoi averi erano involtati nella carta, e aveva a tracolla una borsa, genere postino, che conteneva un abito da sera.(…) Aveva esagerato con il vestito. Il lungo abito di seta nera era a righe, e così pareva ancora più alta. (…) Il parrucchiere aveva fatto un pessimo lavoro. L’uomo ci era andato giù pesante con lo schiarente, e adesso la testa era troppo gialla. Niall non fiatò, ma Freada capì. “Ecco perché mi tocca tenere il cappello.” “E cosa farai stasera” chiese Niall “Quando andremo a cena?” “Del tulle” tagliò corto Freada. “me lo avvolgerò attorno alla testa, a Lady Wyndham dirò che è l’ultima moda parigina”.
Durante il viaggio, Papà tiene sulle ginocchia una mappa sterminata che non riporta nessuna delle strade principali, ma in compenso riporta uno per uno i sentierini più infimi della campagna di Coldhammer. Per le settanta miglia del viaggio Papà non fa che contestare l’autista nella scelta del percorso, per niente turbato dal fatto che la sua mappa risalga al diciottesimo secolo.
Agli ospiti è stato chiesto di arrivare in tempo per il pranzo, all’una e un quarto; ma per colpa della mappa del diciottesimo secolo, la comitiva giunge a destinazione alle due passate.
L’automobile compie un semicerchio e si ferma davanti all’ingresso principale. Ci sono un po’ troppi cani, di tutte le razze. Papà esce dall’auto disseminando per terra stuoie, cuscini, bastoni da passeggio, opere di Shakespeare, mentre i cani abbaiano all’impazzata.
Mentre Freada scende dall’auto, il tacco le rimane impigliato e cade lunga distesa ai piedi del valletto incaricato di accogliere gli ospiti, con le braccia spalancate come in un tuffo a volo d’angelo. “Notevole” dice Papà. “Vorrei un bis”.
La giornata trascorre tra imbarazzi di vario genere, con Lord Wyndham costantemente impegnato a controllare l’ora, Papà che da un certo momento in poi inizia ad aver bisogno di “uno stimolante” (è stata portata la fiaschetta delle grandi emergenze,  ma non si deve intaccarla troppo presto), Niall che muore dalla voglia di fumarsi una sigaretta in santa pace e Freada che non trova più la borsa da postino. Quest’ultima dice:
“Ho voglia di farmi un bagno. Ho una stanza da bagno incredibile, con uno scalino accanto alla vasca.” (naturalmente ho pensato alla stanza da bagno della casa di Fowey!) La donna spedisce Niall alla ricerca della sua borsa e nel frattempo si concede un bagno; e il ragazzo trova il piccolo bagaglio, in un cantuccio, accanto alle sacche di mazze da golf.
Freada apre i rubinetti dell’acqua calda e fredda, facendoli scrosciare come fontane. “La stanza da bagno di Freada era piena di vapore. Lei era in piedi nella vasca e cantava a squarciagola, insaponandosi. Alla vista della borsa da postino lanciò un urlo di trionfo”.
Nessuno dei Delaney è puntuale, a cena. L’ultima ad entrare in sala da pranzo è Freada, trattenuta a lungo dalle complicate operazioni di sistemazione del tulle intorno alla testa. “L’effetto era un po’ sconcertante. Sembrava di essere catapultati nell’antico Egitto. Lord Wyndham non appena lei arrivò tirò fuori di scatto l’orologio. “Sono le otto, ventitrè minuti e  trenta secondi” brontolò.”
Papà, lievemente ubriaco per aver attinto alla fiaschetta delle grandi emergenze, non trova di meglio da fare che comunicare al padrone di casa che il suo champagne sa di tappo. Dopo cena, Niall percorre il corridoio verso la sua stanza e si imbatte in Lady  Wyndham che traffica con due cameriere armate di secchi e strofinacci.
“Sua madre ha lasciato aperti i rubinetti del bagno. L’acqua è traboccata e sta piovendo nella biblioteca al piano di sotto.”
Niall non riesce a dormire. Alle tre del mattino ode uno schianto in corridoio e si affaccia alla porta. Nemmeno Papà riusciva a dormire, disturbato dall’orologio che Lord Wyndham aveva piazzato sulle scale. Aveva tentato di fermarlo tirando indietro a forza le lancette, e ora la lastra di cristallo giaceva in frantumi ai suoi piedi.
Con questa memorabile scena termina il capitolo 16, una inaspettata parentesi comica e ironica nel corso di una narrazione che indaga complicati rapporti familiari tra personaggi poco piacevoli con cui è difficile simpatizzare. Più ci penso, più sembra un capitolo tratto da un altro romanzo, un divertissement che l’autrice si è voluta concedere forse per smorzare la tensione accumulata negli altri capitoli. O forse soltanto per riposarsi un po’. 

sabato 13 aprile 2013

La mia opera preferita / 1 "scelta con la testa"


Non ho mai avuto dubbi nell’indicare in Turandot la mia opera preferita. Fin dai primi ascolti, da ragazzina, in una incisione in vinile che circolava per casa – con la Callas – o in un VHS che aveva per protagonista l’impressionante Dimitrova – la principessa di gelo mi conquistò. Quando poi l’ascoltai dal vivo, per la prima volta, nell’estate del 1988, a Torre del Lago, protagonista Olivia Stapp, fu siglato un patto d’amore imperituro tra me e la divina principessa. E si è sempre trattato di un amore incondizionato per lei, la protagonista: tutti gli altri personaggi mi dicono poco, o nulla. Antipatico Calaf, melensa Liù, semplici macchiette le tre maschere, lamentoso l’Imperatore, vecchio tremebondo Timur. Su questa pletora di personaggi di mezzatacca, Turandot s’impone altera e inarrivabile, per statura morale e politica; ferma nella sua volontà di vendetta della ava Lou-Ling, violentata e uccisa da un principe straniero, ella riscatta tutte le donne in vario modo stuprate in tutte le epoche dall’eterno straniero, dal maschio, sovrano e tiranno delle esistenze femminili. E lo fa senza esitazioni, in base a un ferreo principio, un principio addirittura cristallizzato in una legge, che, come ben sa il popolo di Pechino, è questa:

Turandot, la pura, sposa sarà
di chi di sangue regio
spieghi i tre enigmi
ch’ella proporrà
ma chi affronta il cimento e vinto resta
porga alla scure la superba testa.

Non ci sono attenuanti, mezze misure, giustificazioni, considerazioni. Sbagli? Ti decapito. L’uomo fallisce la prova e Turandot ordina al boia di affilare la scure; e questo è tutto.
Turandot è cattiva? No, è coerente; e poi, in fondo, si limita ad applicare una norma, agisce secondo diritto. Tutti conoscono la legge che vige a Pechino, tutti sanno che Turandot è inflessibile nell’applicarla; quindi i prìncipi che si sottopongono alla prova dei tre enigmi sono pienamente consapevoli di che cosa li aspetti se falliscono. Eppure, ci provano lo stesso, pur sapendo che gli indovinelli sono di una tale difficoltà che le loro probabilità di successo sono ridotte al minimo; pensano di riuscire a sfangarla in qualche modo, con la tipica protervia maschile che fa loro pensare di essere in grado di superare qualunque prova, soprattutto se di mezzo c’è una donna, con la quale l’hanno avuta vinta dalla notte dei secoli.
Leporello, nel Don Giovanni di Mozart, nel celeberrimo catalogo “delle belle che amò il padron mio” elenca le conquiste amorose del burlador di Siviglia, che ammontano a più di duemila unità. E Ping, Pong e Pang, i tre ministri imperiali, elencano il numero di prìncipi caduti sotto la scure del boia di Turandot: l’anno del Topo furon sei, l’anno del Cane furon otto, e nell’anno in corso, il terribile anno della Tigre, siamo già al tredicesimo con questo che va sotto! Ventisette in tutto, non male se si pensa che la ragazza è comunque giovane, io la immagino non più che ventenne. Certo ventisette teste mozzate sono niente in confronto ai duemila cuori infranti da Don Giovanni; ma il gap è colmato dalla considerazione che i cuori infranti forse si potranno, un giorno, rimarginare, non così le teste recise, rotolate via dal corpo dei loro padroni, per sempre estromessi  dall’esperienza della vita.
Turandot, quindi, assurge al ruolo di riscattatrice delle migliaia di donne sedotte e abbandonate dai Don Giovanni di tutti i tempi. Per questo si è guadagnata la mia predilezione, perché è una donna  anomala tra tutte quelle che incontriamo nel variegato mondo del teatro d’opera;  una donna di potere, che non piange e si dispera per amore, ma pensa a governare con mano inflessibile il suo regno senza lasciarsi distrarre da faccende di cuore e risolvendo in modo assai razionale la questione dei pretendenti che via via le si parano dinanzi. Turandot è bellissima, algida, inarrivabile, e dall’alto del suo  trono fa quel che può per vendicare la memoria dell’ava che ha avuto un destino così infelice:

Pure nel tempo che ciascun ricorda
fu sgomento, terrore e rombo d’armi
il regno vinto!
E Lou- Ling, la mia ava, trascinata
da un uomo come te,
come te straniero
là nella notte atroce
dove si spense la sua fresca voce

E la voce di Turandot non è fresca, a dispetto della sua giovane età il personaggio ha una vocalità il più possibile  lontana dal bamboleggiante cinguettio delle donne innamorate protagoniste delle opere e sue colleghe; la sua voce svetta in acuto scura come un grumo di sangue e tagliente come una lama, quasi per tranciare non solo quelle teste che poi finiranno realmente mozzate dalla scure del boia, ma anche quelle di tutti gli ascoltatori.

Come ognun sa, Puccini non ha portato a termine la sua ultima opera, stendendola soltanto fino al suicidio di Liù, personaggio che rappresenta l’esatto opposto di Turandot: umile schiava, votata al sacrificio, innamorata di Calaf “perché un dì, nella reggia, m’hai sorriso”, e per quel sorriso disposta a tutto, anche a morire per salvare la vita di quel principe, innamorato perso di un’altra. Insomma la più completa personificazione della tradizionale donna remissiva, che trova il modo di riscattare la propria modesta condizione personale soltanto immolandosi sull’altare del sacrificio supremo, quello del morire per un uomo. Puccini è morto mentre si attardava a trovare un finale convincente per la sua Turandot; si dibatte del perché stentasse tanto a concludere l’opera. In effetti, rendere in modo plausibile il voltafaccia di Turandot, che dopo due atti di slogan iperfemministi cede a Calaf soltanto perché egli la bacia, appare impresa assai ardua. In pratica si tratta di sancire il primato del richiamo del corpo e della sessualità sulla ragione e sull’adesione ai princìpi ideali. Ha un bel vociare Turandot, al momento in cui un uomo l’abbraccia e la possiede non è capace, persino lei, di sottrarsi al destino che evidentemente pare accomunare tutte le donne, anche quelle che, come lei, hanno provato seriamente a sottrarvisi.
Ma Puccini non era convinto di questo finale,  e gli girava attorno, indeciso. Per la prima volta aveva dato voce a una donna dalla personalità unica, così lontana dagli stereotipi, e forse avrebbe preferito, in nome della coerenza e dell’amore che sicuramente portava per quella sua ultima eroina, regalarle una fine meno ingloriosa del prevedibile matrimonio con Calaf, che, solito uomo furbone, in un colpo solo si sposa e diventa Re, e sicuramente provvederà quanto prima a ingravidare più e più volte  la sua sposa, mettendo a repentaglio la divina bellezza del suo fisico e distogliendola per sempre dagli affari di governo. Mi piace pensare che Puccini, al di là del libretto, che a quel punto era già scritto, accarezzasse l’idea di far decapitare dal boia pure Calaf,  prevedendo per la sua principessa di gelo un regno sempiterno, dispotico e asessuato, in cui i prìncipi continuassero a sottoporsi agli enigmi senza risolverli, mentre Turandot dall’alto degli spalti del palazzo reale continuasse a gridare per l’eternità, fiera e inarrivabile, “No, mai nessun m’avrà.”


Ghena Dimitrova canta "In questa reggia" - La scala 1983

giovedì 4 aprile 2013

Liebster award






Il mio blog “Bevendo caffè” ha vinto un premio virtuale… il “Liebster Award”, che mi è stato assegnato "per l'originalità e la fantasia" da Luca Taddei, curatore di questo vivacissimo blog:

 teino62.blogspot.com

Prima di tutto, dunque, GRAZIE LUCA … per questo premio che mi inorgoglisce, e non poco!
Il “Liebster Award” è stato ideato due anni fa in Germania, per sostenere i blog meritevoli con meno di 200 followers. Rammenta un po’ una catena di Sant'Antonio…, ma solo un po’. In realtà, è un ottimo modo per allargare la proprie conoscenze "blogghistiche"!
Il premio ha una serie di regole, che io, da blogger scrupolosa, seguirò una per una.

Eccole qua:
1 chi riceve il premio deve "ringraziare" chi gliel'ha assegnato citandolo nel post (in pratica, scrivete un post dove, assegnando i premi, citate chi ve lo ha assegnato);
2 rispondere alle undici domande poste dal blog che ti ha premiato;
3 scrivere undici cose su di te;
4 premiare undici blog che hanno meno di 200 followers;
5 formulare altre undici domande, a cui gli altri blogger dovranno rispondere;
6 informare i blogger del premio.
Alla prima disposizione ho già ottemperato, ringraziando pubblicamente Luca Taddei, proprio in apertura di questo post.
Ecco che applico la seconda regola, rispondendo alle domande (bizzarre) che Luca mi ha posto… undici domande… tante! Ma adoro le domande, e soprattutto adoro rispondere, mentendo spudoratamente, s’intende. Ed eccole qua, domande e risposte:

1. Quanti libri leggi in un anno?
Assai meno di quelli che vorrei. In realtà, molti li inizio, senza finirli… è che non tutti i libri riescono ad appassionarmi, perché non tutti i libri sono meritevoli. Ebbene sì, sono una lettrice assai snob. In media, comunque, in un anno ne porto a termine una ventina.
2. Cosa daresti per vincere lo Strega?
Tutto, ma non il mio Breil.
3. Ed un Campiello?
Beh per il Campiello darei anche il mio Breil. Sempre che basti.
4. Ti propongono una rubrica sul Corsera, che fai?
Accetto e rilancio, proponendone due: una Posta del Cuore per adulteri tormentati e pentiti, e una Posta del Cuore per adulteri recidivi. Ovviamente faccio il tifo per i secondi.
5. Che numero porti di scarpe?
Ne porto due, di solito uguali.
6. Quante volte ti lavi i denti al giorno?
Mai, portando la dentiera. Ogni sera immergo la protesi in un bicchiere di colluttorio.
7. Piove e sei senza ombrello. Ti bagni o passi tra goccia e goccia?
Mi inzuppo fin nel midollo, essendo dell’opinione che le difficoltà vadano affrontate temerariamente.
8. Estate o inverno?
Estate, assolutamente. Il mio sogno è abitare in paesi con quaranta gradi all’ombra.
9. Mare o montagna?
Mare. Versilia. Il top della vacanza piccolo-borghese.
10. Calcio o fosforo?
Fosforo. Meglio con le ossa a pezzi ma il cervello vispo che solida come una roccia ma completamente rimbambita.
11.  Strada asfaltata o sterrata?
Asfaltata, onde non rovinare i tacchi delle mie decolleté di vernice nera. 

E adesso, le undici cose che mi sento di dire su di me:

1 Sono caffeina-dipendente.
2 Non guardo mai la televisione.
3 Amo sopra ogni altra cosa al mondo ascoltare musica (classica e operistica) a volume altissimo.
4  Il mio sogno (segreto) è scrivere romanzi rosa
5  La mia parola preferita è un aggettivo: ultimo. Adoro i giochi di parole. Ecco l’anagramma del mio nome e cognome: Spettina-cirri
6 Il mio maggior pregio: la leggerezza. Il mio maggior difetto: la leggerezza.
7 Il mio scrittore preferito: Tolstoj
8 Il mio animale preferito: il gatto. Amo il suo spirito indipendente e sornione.
9 Il mio tabù: i piedi. Parlarne, mostrarli, guardare quelli degli altri.
10 Sono una cuoca mediocre, e una pessima pasticcera.
11 Il mio nemico personale, contro il quale inveisco quotidianamente augurandogli le peggiori sventure: Trenitalia   
  
Ed ecco (rullino i tamburi !!!!!!) i blog vincitori da me individuati:

incidentiespaventi.blogspot.it
per la sua poesia finalmente e fintamente poco poetica 

rudr2011.wordpress.com
non proprio aggiornato, ma pieno di strane sorprese

“feedback”
giannozzo.blogspot.it
per l’acume, la sagacia, la coerenza

andantecongusto.blogspot.it
per l’estro narrativo con cui presenta le ricette

Per loro, undici domande (sono curiosissima di leggere le loro risposte!):

1 Il romanzo che avresti voluto scrivere
2 La canzone che avresti voluto comporre e/o cantare
3 L’attrice o l’attore con cui vorresti scappare
4 Il tuo ricordo più lontano
5 E quello più vicino
6 Meglio un uovo oggi o una gallina domani?
7 Fuga dell’anima: il viaggio dei tuoi sogni…
8 Giù dalla torre: Gad Lerner, Enrico Mentana o Michele Santoro? (non tutti e tre e nemmeno due, uno soltanto! A proposito, l’Annunziata l’ho già buttata di sotto io) 
9 Se potessi tornare indietro, a quale scuola superiore ti iscriveresti?
10 Il luogo pubblico che frequenti di più
11 Cosa hai letto di Jane Austen?

E adesso vado ad informare i blogger del premio che ho loro assegnato.

Ecco fatto. Finito. Peccato! Ci avevo preso gusto! Spero di essere premiata di nuovo!

domenica 24 marzo 2013

Una notte d'inverno un recensore



mercoledì 27 marzo 2013 – ore 21,15

Centro per le arti “Officina Odeon 5”

Signa, Via Santelli 15





UNA NOTTE D’INVERNO UN RECENSORE
Presentazione-spettacolo del romanzo 
“Ma per fortuna è una notte di luna – trilogia pucciniana con delitto” 
di Cristina Preti


Con Silvia Bagnoli, Cristina Preti



Cosa succede se una giornalista deve passare la notte leggendo un romanzo per recensirlo entro le dieci del giorno dopo, pena il licenziamento dal giornale per cui lavora?

Intanto, deve rinunciare ad uscire con l’amica del cuore, che invece se ne va allegramente a una festa; e deve rassegnarsi alla lettura di 350 pagine di passioni, intrighi e acuti; si, perché il romanzo in questione è ambientato nel mondo del teatro d’opera e ha per sfondo la messinscena di tre opere pucciniane: La Bohème, Madama Butterfly e Tosca.

E così, mentre l’amica la tempesta di telefonate per avere consigli per conquistare un tipo conosciuto alla festa, la nostra giornalista si immerge nella lettura, lasciandosi travolgere dall’affascinante  mondo del melodramma, e abbandonandosi a digressioni che vanno da Charles Aznavour alle statistiche dell’Istat, dalla filosofia zen alla donna più bella del mondo, fino a giungere alla tecnica della scrittura poliziesca; perché nel romanzo, tra un duetto e un sovracuto, c’è persino un delitto, consumato addirittura sulla scena, dove un esuberante tenore viene fucilato sul serio.

La recensione sarà pronta per l’ora stabilita mentre l’amica della giornalista farà l’alba sulle tracce del tipo che ha conosciuto alla festa, di cui si è subito innamorata; perché la passione, proprio come l’opera lirica, una volta che è entrata subdolamente in circolo non ti molla  più, e non resta che sottomettersi, rassegnati, alla sua conturbante tirannia. Che, pur procurando qualche mal di pancia, colma la vita di emozione, rendendola palpitante e vera.

martedì 12 marzo 2013

Lettori in viaggio / 9



15 novembre 2011
Treno delle 17.10 da Firenze per Siena.
IL CAMPAGNOLO

Mi siedo davanti a un signore che per aspetto e abbigliamento richiama la campagna. Capelli castani un po’ arruffati, pelle del viso rossastra, tratti del viso marcati. E’ magro. Abbigliamento casual-sportivo tutto sui toni del marrone, curato e ben abbinato: camicia color senape chiaro di velluto a costine, gilet beige, pantalone di vigogna marrone chiaro, stivaletti marroni con zip laterale. Appesa al gancio di fianco al suo seggiolino, una giacca di pelle marrone.
E’ a telefono, dice:
“Arrivo a Poggibonsi verso le sei e un quarto.”
All’anulare della sinistra, noto la fede nuziale.
Finalmente capisco chi mi rammenta: Nemorino, l'ingenuo giovane campagnolo protagonista dell’Elisir d’amore di Donizetti.
Chiude il cellulare, nelle sue mani compare, tirato fuori non so da dove, un volumetto. Mi accorgo che è un quaderno con la copertina rigida cartonata color nero. Si mette a leggere, le pagine sono manoscritte, con una grafia che sembra regolare, ordinata e dritta pur nell’assenza di righe o quadretti. Un diario? La stesura di un romanzo, di un racconto? L’ha scritto lui? L’ha scritto qualcun altro? Legge con attenzione, guardando ogni tanto fuori dal finestrino, pensoso. Mi viene in mente una delle icastiche frasi di Oscar Wilde: “Non viaggio mai senza il mio diario. Si dovrebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno” .


18 novembre 2011
Treno delle 7.53 per Firenze.
LA PENSOSA RAFFREDDATA
 
A Signa sale una donna sui trentacinque, carina, bionda, con i capelli appuntati in un corto codino. E’ magra, occhiali dalla montatura rossa, visino pallido, struccato, liscio. Un piumino imbottito, sciarpa grigia al collo, jeans attillati e infilati in un paio di stivali vistosi, di vernice nera.  Ha a tracolla una grossa borsa viola, in mano un sacchetto di carta verde. Si siede mormorando: Che freddo. Estrae dal sacchetto verde un libro dalla copertina arancione, che sembra piuttosto vissuto: “Un indovino mi disse”, di Tiziano Terzani. Forse glielo hanno prestato, perché a dispetto dell’aspetto vissuto lo apre a poche pagine dall’inizio. Si interrompe quasi subito, per estrarre da una tasca un fazzoletto e tamponarsi il naso. Riprende la lettura, ma dopo pochi minuti, di nuovo chiude il libro e estrae il fazzoletto per asciugarsi il naso, con un movimento gentile, elegante. Lascia il libro chiuso appoggiato in grembo, le mani sopra, una guantata e una no; lo sguardo perso verso un punto imprecisato della carrozza. Ogni tanto si guarda  la mano nuda. A Rifredi rimette il lbro nel sacchetto, e aspetta che il treno arrivi a destinazione, lo sguardo vuoto che si fissa ora qua, ora là.

venerdì 22 febbraio 2013

La donna più bella del mondo


Presentando il mio romanzo “Ma per fortuna è una notte di luna” arriva sempre il momento in cui devo parlare dell’ispirazione che mi ha portato a scrivere di un delitto perpetrato sul palcoscenico. Nell’ultima parte del mio libro, infatti, il tenore che interpreta Mario Cavaradossi nella scena della fucilazione che chiude la Tosca cade realmente assassinato. Per chi ha un po’ di dimestichezza con certa filmografia  è abbastanza immediato ricollegare questo episodio ad uno pressoché identico narrato in una pellicola del 1955 di Robert Z. Leonard, intitolata “La donna più bella del mondo” e interpretata da Gina Lollobrigida e Vittorio Gassman, entrambi giovani e bellissimi. L’ispirazione è talmente palese che ne faccio aperta confessione nel romanzo stesso, quando il dottor Magro, dirigente del Commissariato di Viareggio chiamato a indagare sull’omicidio del tenore, su consiglio di un anziano melomane infila il dvd nel suo computer e coscienziosamente se lo guarda tutto. 


Ho visto questo film alla televisione, da bambina, insieme a mia madre, appassionata d’opera e di vecchi film sentimentali. E’ la storia romanzata della vita di Lina Cavalieri, famosa soprano vissuta a cavallo tra otto e novecento. La protagonista è, appunto, la Lollobrigida; Gassman interpreta il principe russo che, alla fine di una serie di peripezie, si unisce a Lina nel classico "happy end". A un certo punto del film la Cavalieri, impegnata in una produzione di Tosca, è amata sia dal tenore protagonista che dal direttore d’orchestra; quest’ultimo, deciso ad avere la meglio sul rivale, costi quel che costi, ne organizza l’omicidio approfittando della scena della fucilazione che chiude l’opera. Ecco che un sicario si nasconde tra le quinte e, al momento in cui le comparse puntano i loro fucili sullo sventurato tenore, spara colpi veri e lo uccide. Tosca, come da copione, si avvicina al corpo esanime, cantando le sue battute; poi si accorge che l’uomo è morto sul serio, e non per finta, e grida il suo orrore. Sul palcoscenico giace un morto vero; così come Cavaradossi, che nella trama dell’opera credeva di sottoporsi ad una finta fucilazione, per effetto della malvagità senza attenuanti di Scarpia muore davvero. Questa specie di corto circuito tra realtà e finzione colpì in modo potente la mia fantasia di bambina, e non a caso nel momento in cui mi sono trovata ad immaginare un delitto nel mondo del teatro d’opera tra le mille storie possibili – un direttore d’orchestra ucciso in camerino, un soprano pugnalato in sala trucco, un tenore rinvenuto cadavere nell’attrezzeria  - ho pensato proprio alla situazione del film.
L’episodio narrato nella pellicola di Leonard è frutto dell’immaginazione degli sceneggiatori; il tono del film è molto romanzesco e la vita di Lina Cavalieri viene ricostruita senza rinunciare a nessuno degli stereotipi che dipingono i cantanti lirici come soggetti provenienti da famiglie modeste ma dotati di una voce prodigiosa che, ascoltata per caso dall’impresario di turno, li trasforma da individui poveri e miserabili in star di prima grandezza. Al di là dello stereotipo, per Lina Cavalieri le cose andarono in effetti così, e la sua vita è davvero abbastanza romanzesca. 


Questa cantante era nata a Viterbo, “la vigilia di Natal” del 1874, ma a pochi giorni dalla nascita i suoi si trasferirono a Roma, in Trastevere, dove fu battezzata, nella chiesa di Santa Maria. Di famiglia modesta, fece la fioraia e la piegatrice di giornali; scoperto il suo talento per il canto, la sua bellezza sfolgorante e i modi da gran dama la misero in evidenza trasformandola in breve nella regina dei café chantant romani, per poi lanciarla come protagonista dei palcoscenici di varietà d’Italia e d’Europa: Napoli, Milano e poi le Folies-Bergères a Parigi, l’Empire a Londra, l’English Garden a Vienna. Entrò in diretta competizione con la Bella Otero, sulla quale, se dobbiamo credere al giudizio espresso nientemeno che da Gabriele D’Annunzio, ebbe la meglio, dal momento che il Vate, nel 1899, dedicandole una copia del suo romanzo “Il piacere” la definì “la massima testimonianza di Venere in terra”. Il café chantant le andava ormai stretto, e nel 1900 debuttò come cantante lirica in una Bohème andata in scena al Teatro San Carlo di Napoli. Pare che come soprano non avesse doti particolari. Piero Mioli scrive di lei: … con voce piccola ma gradevole ha cantato la Nedda dei Pagliacci di Leoncavallo, le due Manon, Violetta, Fedora.  Repertorio ottocentesco italiano e verista, quindi; possiamo immaginare che, se la voce non era granché, la cantante mettesse a frutto soprattutto le proprie doti sceniche. Il pubblico accorreva in massa per applaudirla, ammaliato dalla sua bellezza, dalle sontuose acconciature, dal portamento sensuale. Fece scalpore l’appassionato bacio scambiato con Enrico Caruso al Metropolitan di New York, al termine del duetto d’amore della Fedora; da allora negli Stati Uniti la Cavalieri fu ribattezzata “The kissing primadonna”.


Ebbe una vita sentimentale piuttosto movimentata; si sposò quattro volte. Primo marito: un principe russo, Aleksandr Bariatinsky, conosciuto durante un soggiorno a San Pietroburgo. Si tratta, evidentemente, del principe del “nostro” film. Qui la loro storia d’amore ha il tono zuccheroso delle avventure che finiscono con il fatidico “e vissero felici e contenti”, ma nella realtà il legame tra i due si spezzò ben presto. Secondo marito: il milionario Robert Winthrop Chanler, sposato nel 1908, da cui la capricciosa cantante si separò dopo appena 8 giorni. Terzo marito: il tenore francese Lucien Muratore, sposato nel 1913, dal quale Lina ebbe una figlia, Elena. Quarto marito: il pilota automobilistico Giuseppe Campari, ma anche in questo caso si trattò di un matrimonio di breve durata.
Oltre ai quattro mariti, parecchie altre storie sentimentali, tutte burrascose: con l’industriale Davide Campari,  che la seguiva in tournée approfittandone per pubblicizzare il suo aperitivo, con il re del Kazan, che voleva sposarla a patto che abbandonasse le scene, con i cantanti Mattia Battistini e Tito Schipa, e persino con Guglielmo Marconi.
Infine si legò, più che sessantenne, al suo impresario Arnaldo Pavoni, con il quale trascorse gli ultimi anni tra la villa della Cappuccina a Rieti e una villa a Fiesole. Il 6 marzo 1944, durante un attacco aereo su Firenze, una bomba distrusse la villa, seppellendo Lina sotto le macerie insieme a Pavoni e alla cameriera. Scoprendo quest’ultimo particolare – che non conoscevo – non ho potuto fare a meno di pensare che pochi giorni prima, nel febbraio 1944, e poco lontano, nel Comune di Vinci, nasceva mia madre, proprio mentre gli alleati bombardavano Prato. Chissà che la piccola anima che scendeva sulla terra e l’altra che saliva al cielo non si siano incrociate brevemente, in qualche recondito anfratto celeste, al sicuro dalle bombe di guerra, e si siano scambiate un rapido saluto.